Su 35mm: Downton Abbey

14 Lug

Il mio primo articolo su 35mm!

Downton Abbey – Le bassezze dell’aristocrazia inglese

Downton Abbey è la serie televisiva dei record. La prima stagione di questa produzione anglo-americana, ambientata nell’Inghilterra della tarda epoca edoardiana, è andata in onda nel 2010 e da noi in Italia è arrivata l’anno successivo. Altre tre stagioni si sono succedute negli anni a seguire e in questo momento si stanno svolgendo le riprese della quinta. Potrebbe essere l’ultima, ma i produttori non si sbilanciano.

Punto centrale della vicenda è la tenuta di Downton Abbey, per l’appunto, nello Yorkshire, abitata dall’aristocratica famiglia dei conti di Grantham. Il conte e la contessa hanno avuto tre figlie femmine – Mary, Edith e Sybill – che non possono vantare diritti sull’eredità paterna. Il fortunato successore sarà quindi – a suo tempo – il figlio di un cugino del conte, Patrick, che però tanto fortunato decisamente non è, visto che scompare con il padre nel naufragio del tristemente famoso Titanic, il 15 aprile 1912.

Il nuovo erede è Matthew Crawley, un avvocato di Manchester, cugino di terzo grado, lontano dallo snobismo e dalla rigidità dell’alta aristocrazia, che peraltro lo guarda con sospetto e una buona dose di malcelato disprezzo, perché lavora per guadagnarsi il pane quotidiano. Non lo aiuta la presenza della genitrice, Isobel, che spesso ha battibecchi pepati – ma educatamente britannici – con la figura che, a nostro giudizio, è la più azzeccata in assoluto e cioè Lady Violet, Contessa Madre di Grantham, interpretata da una strepitosa Maggie Smith.

Queste poche righe introduttive potrebbero far pensare a una trama banale, ma non è così.

Downton Abbey affronta anche temi “difficili”, come l’omosessualità, la battaglia per le libertà civili, il voto alle donne, gli scandali sessuali, l’aborto e il suicidio, attraversando il periodo buio e devastante della prima guerra mondiale. Non viene mostrato solo lusso, benessere e capricci delle nobildonne: le vite dei personaggi si svolgono sia upstairs, al piano dei nobili, con i loro pregiudizi e gli atteggiamenti un po’ stereotipati, che downstairs, nelle cucine e le stanze dei domestici, protagonisti alla pari, che in alcune occasioni risultano più rigidi e snob dei loro padroni – aspetto già splendidamente trattato, ad esempio, nel film “Quel che resta del giorno”.

Ad ogni livello della scala sociale si sviluppano amori e lotte per raggiungere un maggior prestigio, ricatti e segreti, tradimenti e scandali. I personaggi, che sono molti e tutti rilevanti, mostrano praticamente ogni sfaccettatura del genere umano e sono ben caratterizzati e approfonditi. Alcuni sono amati e altri istantaneamente odiati; pregi, difetti e debolezze risultato ben evidenti e sviluppati con arte. Gli attori sono bravi e svolgono il loro compito alla perfezione. Anche le figure secondarie sono molto ben interpretate.

E che dire dei costumi e delle ambientazioni? Perfetti. I particolari sono curati nei minimi dettagli e ci si sente immediatamente catapultati all’inizio del secolo scorso, un periodo storico vivo e vitale, partecipando anche ai progressi di quell’epoca innovativa. Divertente il comportamento sospettoso degli abitanti di Downton Abbey quando nella lussuosa residenza viene installato il primo telefono. Insomma, un prodotto veramente di qualità.

Sugli intrecci narrati e sui tanti pregi di questa produzione si è parlato ovunque, approfonditamente e in quantità: appare superfluo dilungarsi oltre. Si rischia di ripetere ciò che qualcun altro ha già detto, probabilmente con parole migliori.

Come dicevamo all’inizio di questo articolo, Downton Abbey vanta parecchi primati. Scorrere la lista delle candidature di questa serie ai più prestigiosi premi internazionali ci provoca un mancamento. Se poi ci limitiamo soltanto a quelli ricevuti, ne ricaviamo comunque almeno un capogiro. L’acclamazione pressoché unanime della critica ne ha addirittura decretato l’entrata nel Guinness dei Primati. Cosa può apportare un ulteriore giudizio positivo (e ci sembra lampante che lo sia) a una serie di tale levatura? Per questo motivo vorremmo puntare l’attenzione su un aspetto completamente differente.

La terza stagione (l’ultima trasmessa in Italia) negli Stati Uniti e in Gran Bretagna viaggiava con una media di 10-11 milioni di spettatori a serata, mentre da noi la prima puntata ne ha contati circa un milione, per poi scendere intorno agli 800.000 in occasione dell’ultima.

Per farla breve, la serie dei record in Italia è stata un flop.

Si vocifera, addirittura, che la quarta non la sentiremo mai doppiata nella lingua di Dante.

Perché? E’ una bella domanda.

Siamo andati a indagare e di spiegazioni ne abbiamo trovate diverse.

C’è chi giudica sbagliata la collocazione in un canale televisivo come Rete4, che non definiremmo proprio famoso per presentare serie TV di qualità. Ci si aspetta più di vedere qualcosa alla Beautiful o una struggente telenovela. Sarebbe stata più adeguata, ad esempio, RAI1. E questo ci può stare, ma evidentemente i diritti televisivi li ha acquistati Mediaset.

In varie fanpage che proliferano su Facebook, perché i sostenitori di Downton Abbey non saranno moltissimi, ma ne sono davvero grandi appassionati, si lamentano i tagli e le censure apportati alla versione italiana, probabilmente per ridurne i tempi di programmazione e inserire adeguatamente le pause pubblicitarie. Sono state soppresse scene importanti, che si possono trovare nella versione inglese o anche in quella sottotitolata in italiano. E anche questo elemento di certo non ha aiutato.

Peccato non siano disponibili anche i dati di chi l’ha visto in streaming.

Il direttore di Rete4, Giuseppe Feyles, confermando che la quarta serie, a dispetto dei dubbi summenzionati, vedrà la luce anche qui da noi, ha dichiarato: “Sapevamo che era un prodotto difficile, perché parla alla testa e non alla pancia”.

Non abbiamo trovato questa affermazione molto lusinghiera, ma sarà poi lontana dal vero?

“Don Matteo”, in programmazione contemporaneamente a Downton Abbey, raccoglieva circa 8 milioni di utenti. Personalmente riteniamo che il successo di questo programma sia da attribuire all’affetto che gli spettatori italiani nutrono per una bella persona come Terence Hill, alla simpatia di Nino Frassica e ai bei panorami che offre la verde Umbria più che al resto, ma tant’è.

L’osservazione che nasce spontanea è che lo spettatore televisivo italiano prediliga una programmazione di evasione, leggera, poco faticosa da seguire, oppure dichiaratamente melodrammatica, salvo qualche picco di interesse per alcune fiction nostrane che narrano la vita di grandi personaggi (Adriano Olivetti, Papa Woityla, i giudici Falcone e Borsellino, quasi tutti in programmazione su RAI1) o storie “forti” sulla criminalità organizzata o comunque polizieschi (Il Commissario Montalbano, Distretto di Polizia, RIS). Immortali, poi, le serie americane su medici legali, polizia scientifica, agenti FBI e così via.

Se è così, ma per fortuna non ne abbiamo certezza, è davvero un peccato.

Le produzioni britanniche, più ancora di quelle americane, offrono – a nostro parere – delle vere perle, specialmente le serie in costume prodotte dalla BBC, che ha dato vita a dei piccoli capolavori.

Barbara Stefanini

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