Racconto: Una storia d’amore

7 Dic

Pietro Bonaventura nacque nell’Anno Domini 1323 – in piena estate – figlio di Monaldo, contadino, e di Rosetta, lavandaia.

Sua madre morì nel darlo alla luce e la vita del neonato iniziò subito in salita. Le donne del villaggio sorto all’ombra del grande castello ducale se ne presero cura, permettendo a Monaldo di riprendere a curare i suoi campi. Un’estate dopo l’altra le spighe di grano cedevano docili alla falce del rude contadino, che non volle più riprender moglie, e Pietro cresceva tra decine di mamme adottive e fratelli acquisiti. Era un bimbo timido, che spesso giocava da solo. Aveva trovato un angolo nei pressi del castello, dove si rifugiava a pensare, inventando storie meravigliose sulla vita degli abitanti di quel misterioso maniero. Aveva ricevuto il dono di una sconfinata fantasia, che gli faceva immaginare il Duca come una figura nobile e possente, in sella a un cavallo bianco, il volto un po’ accigliato di chi porta il peso di importanti responsabilità; nei sogni di Pietro la Duchessa era invece una donna bellissima, fragile e delicata, con il volto di quella madre mai conosciuta che aveva visto solo in sogno. Nella realtà, Rosetta era stata una donna massiccia e bruna, di aspetto comune e piuttosto trasandata, ma per Pietro era simile a quell’eterea creatura bionda che sapeva intenta nel ricamo in una sala elegante del castello, riscaldata da un grande camino.

Gli anni passarono e Pietro crebbe fino a raggiungere l’età che lo portò a lavorare nei campi con suo padre. Ogni qualvolta gli era possibile, si rifugiava nel suo angolo nascosto, continuando a sognare le vite segrete di chi non avrebbe mai incontrato nella realtà. Immaginava che il Duca e la Duchessa avessero avuto una figlia, una creatura bella come la madre, ma forte e sorridente, che giocava in un giardino pieno di fiori e fontane. Pietro cresceva insieme a lei e a volte credeva di vederla affacciata all’unica finestra che riusciva a scorgere dalla fattoria di suo padre: guardava verso di lui e lo salutava con la mano. La sera, prima di addormentarsi, le parlava: lei sedeva davanti a uno specchio, mentre una cameriera le pettinava i capelli dello stesso colore delle spighe che suo padre esaminava ogni anno, sperando di trovarle gonfie dei semi che avrebbero dato generato il pane per tutto l’inverno.

Quando Pietro aveva poco più di sedici anni, Monaldo morì. Fu un evento improvviso. Una brutta tosse che non riusciva a guarire e in pochi giorni il ragazzo si ritrovò da solo.
Durante il funerale, Pietro guardava il castello. Sapeva che la sua amica stava piangendo per lui, per la sua perdita e questo lo consolava. I generosi vicini non gli fecero mancare l’aiuto, ma Pietro si trovò gravato quasi interamente del peso della fattoria e dei campi, che richiedevano cure continue e faticose. La sera era troppo stanco per parlare con la giovane del castello e si addormentava subito; però la sognava. Ogni notte. Era spesso vestita d’azzurro, lo stesso colore dei suoi occhi. Sorrideva a Pietro e gli prendeva la mano. Sfiorava con le dita delicate i palmi callosi e piangeva con lui quando era triste e timoroso di non riuscire ad andare avanti.

Un giorno Pietro era intento a dissodare la terra, resa dura e ostile dal sole torrido dei giorni precedenti. Si fermò a riposare, asciugando il viso sudato. Si appoggiò con una mano alla vanga e fissò il castello, silenzioso e altero. Vide un movimento alla finestra, il colore azzurro di una manica che si tendeva all’esterno. Gli sembrò che il cuore smettesse di battere. Il braccio scuoteva la polvere da un panno bianco. Fu questione di qualche attimo e poi sparì. Pietro non riuscì a riprendere il lavoro. Rimase lì, impalato, fino a quando fu buio e dovette rientrare in casa. Quella notte non riuscì a prendere sonno. Ancora prima che il vecchio gallo nel cortile levasse il suo canto roco, era di nuovo nei campi, a fissare la finestra.

Era giorno fatto quando una fanciulla si affacciò. Lo guardò con interesse e poi levò la mano, a salutarlo. Pietro si tolse il vecchio cappello di suo padre e lo sventolò in aria, felice.
Non aveva mai dato un nome alla sua amica immaginaria, ma ora che sapeva di aver avuto ragione – ella viveva, così come lui – aveva assunto il diritto a questo riconoscimento. Nessun nome gli era mai parso adeguato a una creatura così bella e delicata. Ma doveva già averne uno. Di certo il Duca e la Duchessa avevano scelto per lei il nome più bello che orecchio umano avesse mai udito. Ma quale? Prese tutta la forza e il coraggio che si nascondevano da qualche parte nel suo corpo magro ma vigoroso e gridò con tutto il fiato che aveva: «Come ti chiami?»

La ragazza non riusciva a capire e gli faceva segno di no. Con la mano all’orecchio, scuoteva la testa e sorrideva. Pietro si mise a correre come un forsennato, fino a raggiungere il castello. La ragazza lo attendeva. Di tanto in tanto guardava all’interno, di certo timorosa che qualcuno la cogliesse a parlare con un povero contadino. Con l’ultimo fiato che gli rimaneva, Pietro gridò ancora: «Come ti chiami, qual è il tuo nome?»
«Sono Rossella!» Rispose lei, ridendo. Poi sobbalzò spaventata e scappò via.
Una donna bruna e severa prese il suo posto alla finestra e strillò verso Pietro: «Cosa fai tu qui? Vattene!»
Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte e si allontanò in un baleno. Era felice come mai in tutta la vita. Rossella, che nome meraviglioso! Era forse meno bella di come l’aveva immaginata. Le guance erano rosee e paffute, ma i capelli scomposti, racchiusi in due trecce frettolose. Aveva una bella bocca, rossa e grande. E gli occhi non erano azzurri, ma marroni. O almeno così gli era sembrato.

Nei giorni seguenti, la ragazza si affacciò ancora, anche se non riuscirono più a parlarsi. Si sorridevano e lei, prima di salutarlo, si voltava attorno. Di certo la donna bruna – una governante, forse? – la sorvegliava. Stavano lì a guardarsi, nutrendosi di un amore pulito, sereno. Silenzioso.

Pietro non pensava mai al domani. Ora che sapeva di non averla immaginata, si affidava al destino, fiducioso.

Una mattina, subito dopo l’alba, si recò dai vicini con un cesto di frutta appena raccolta: Ginetta, una delle sue madri putative – la più affettuosa – era malata. E anche due dei suoi figli. Quasi si scontrò con il medico, che usciva frettoloso dalla misera casa di Ginetta.

«Vai via! Non entrare!» gli gridò questi, con gli occhi spalancati dal terrore. «La peste! La Morte Nera! Vattene subito!»

Pietro lasciò cadere il cesto e indietreggiò spaventato. Il suo primo impulso fu quello di scappar via, lontano. Ma poi pensò al volto quieto e gentile di Ginetta, che lo teneva sempre stretto a se quando era piccolo, difendendolo dagli altri bambini quando lo prendevano in giro perché non parlava mai. Raccolse la frutta con cura, ripulendola dalla polvere della strada e spinse la porta di legno, entrando in punta di piedi. Rimase accanto alla povera donna fino a quando morì, poche ore dopo. Alla sera, ritornò nella sua casa buia e solitaria, accese il fuoco e si sedette davanti al camino. Sapeva di aver corso un rischio enorme, ma non se ne pentiva. Era solo, non aveva nessuno da lasciare. Solo il suo amore, Rossella, che non avrebbe mai potuto avere altro che nei sogni.

Gli abitanti del villaggio furono sterminati dalla Grande Morte, così la chiamavano. Pietro riconobbe in sé i sintomi che aveva visto su Ginetta e seppe che gli restava poco da vivere. Andò faticosamente alla finestra e guardò il castello. Pregò che Rossella fosse salva e in buona salute. Forse era già andata via, condotta in un luogo sicuro dai genitori preoccupati. Le mandò un bacio lentamente, con la mano, mentre le forze lo abbandonavano. Non aveva ancora vent’anni.

Non seppe mai che la peste non aveva risparmiato neppure il castello. Il vecchio Duca e suo figlio erano andati via già da tempo, abbandonando il villaggio al sua sorte. Erano rimasti solo pochi domestici e non ne sopravvisse nessuno.

I corpi erano lasciati nelle case, abbandonati nel terrore del contagio. Neppure i familiari osavano dar sepoltura a quelle povere anime. Il marito di Ginetta invece, dopo aver sepolto la moglie e i due figli, diede riposo anche al corpo di Pietro, riconoscente per l’amore filiale con il quale questi aveva accudito la sua povera moglie. All’ombra delle mura del castello, su un terreno abbandonato, si unì alle altre famiglie che avevano avuto il coraggio di onorare i loro morti. Pietro venne sepolto accanto a un tumulo appena ricoperto, dove una donna vestita di nero piangeva tutte le sue lacrime. Il buon uomo rimase – rispettoso di quel dolore – a qualche passo di distanza, il cappello tra le mani, fin quando sentì il bisogno di confortare quella donna disperata. Si avvicinò esitate e le domandò: «Chi piangete?»

«La mia unica figlia. Era cameriera al castello. Era bella la mia creatura, come un angelo. Si chiamava Rossella.»

F I N E

 

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