Racconto: Emma Scott

30 Ago

Qui non si narrerà la lunga e felice vita di Emma Scott.

 Non si racconteranno le sue lontane origini nell’isola degli Ierni e degli Albioni e neppure si accennerà alla sua famiglia benestante, italiana ormai da generazioni, che le permise di accedere a un’istruzione eccellente, facendole frequentare le migliori scuole del Paese.

 Non si parlerà, se non sfiorandolo, del suo delicato interesse per i deboli e gl’indifesi e neanche della sua prodigalità verso i meno fortunati, i sofferenti, i dimenticati.

 O del suo desiderio di adottare – nell’ordine – un bambino, due gatti, un cane e poi un altro bambino.

 Non leggerete nulla a proposito di suo marito Francesco, dal nome benedetto, sposo fedele e rispettoso, titolare di un noto studio dove svolge la nobile professione legale, rappresentando talvolta – e pro bono – clienti che, altrimenti, non potrebbero permettersi il suo dotto sapere e la sua sottile, arguta abilità; quegli stessi clienti che si prostrano in saluti eccessivi quando la domenica mattina, con la moglie al braccio, Francesco si reca ad assistere alla messa nella cattedrale, scambiando sorrisi e cenni del capo con i notabili del luogo.

 In queste righe avrete notizia solo di un brevissimo spazio della vita della nobile creatura, una rapida visione di poche ore soltanto, che non ebbero peso alcuno nello scorrere dei suoi giorni, ma che per un’altra esistenza furono determinanti: una meschina, disperata, inutile vita che in un attimo venne spezzata, spenta per sempre. Ma nessuno sentirà la mancanza di quel respiro, mentre in tanti avrebbero pianto lacrime educate, qualcuno forse disperandosi con garbati gemiti, se la stessa sorte fosse toccata a Emma Scott.

 Forse in quel momento Dio aveva bisogno di un’anima per fini che, come si sa, non ci è dato conoscere e il caso scelse per Lui, che, talvolta, sembra non preoccuparsi troppo di chi sia il prescelto. Oppure, più probabilmente, il diavolo in persona reclamò una vittima e volle prenderla, deliberatamente, tra i reietti della società.

 Ma torniamo a quel giorno, così trascurabile per una e tanto definitivo per un’altra.

 Emma era stata invitata a presiedere un evento organizzato dal parroco di un paesotto non molto distante dalla ricca cittadina del nord-est dove viveva. Alla vendita di beneficenza avrebbe fatto seguito un breve intrattenimento, nel corso del quale le orfanelle del locale “Istituto per l’Infanzia” avrebbero cantato per gli ospiti, vestite con la elegante e rigida divisa del collegio, ancora odorosa di naftalina, che grattava come carta vetrata su quelle giovani pelli delicate e povere. L’incasso della vendita sarebbe poi stato donato, con pomposa magnanimità, alla direttrice dell’orfanotrofio, una volta detratte – ben inteso – le spese sostenute per il rinfresco.

 Era una giornata invernale buia e fredda e se Emma non fosse stata così rigorosa nella sua rettitudine avrebbe declinato l’invito, pur se all’ultimo momento. Prese invece le chiavi del nuovo fuoristrada, s’infilò la pelliccia di volpe e partì. Percorse senza difficoltà i quaranta chilometri che avrebbero rappresentato un’ulteriore, piccola tappa del suo cammino verso il Paradiso.

 Venne accolta con tutti gli onori dalle pie signore e dal rubizzo parroco e, come previsto, la sua presenza fu determinante per il successo della riunione.

 Alla vendita venne raccolta una cifra importante, alla quale Emma contribuì con generosità. Assistette poi, con un caldo sorriso fisso sul volto immobile, al coro stonato – ma volenteroso – delle sventurate bambine, premiandole con un misurato applauso e carezze delicate sulle testoline da uccellino sparuto.

 Al buffet il parroco offrì alcune bottiglie attinte dalla sua preziosa riserva di Vin Santo – e quale altro sarebbe stato più adeguato in quel tripudio di bontà? – che il fratello, contadino, gli spediva periodicamente dalla Toscana.

 Ben più di una volta il buon uomo riempì il piccolo bicchiere di Emma, senza che lei se ne accorgesse.

 Al momento dei saluti, alcuni tra i presenti osservarono che Emma Scott era un tipo alla mano, nonostante la sua invidiabile posizione sociale, e quella sera sembrava davvero di ottimo umore.

 Risalita in auto, Emma si apprestò a ripercorrere in senso inverso le strade ormai buie, verso casa.

Dopo una decina di chilometri cominciò a nevicare: dapprima in modo leggero, come farina setacciata dal cielo, poi sempre più fitto. Emma azionò i tergicristalli e si accostò al volante, protendendosi verso il parabrezza per vedere la strada, timorosa di finire in uno dei fossi che fiancheggiavano il percorso.

 Subito prima di raggiungere l’incrocio con la statale, sentì un colpo sordo sotto la ruota anteriore destra. Si fermò e si mise a riflettere. Forse qualcuno aveva lasciato un oggetto di qualche tipo sulla strada. Ma cosa? O magari aveva investito un animale: mio Dio, che orrore! Ma dallo specchietto non riusciva a cogliere alcun movimento. Alla fine, mossa dalla consueta benevolenza verso sé e verso gli altri, decise che nessuno avrebbe potuto mettere volutamente in pericolo altre persone e che non c’erano animali feriti: sicuramente si era trattato di un sasso scivolato giù dalla collina o di un ramo caduto dai pini maestosi che costeggiavano la strada buia.

 Appurato che il fuoristrada non aveva subìto danni funzionali e considerato che l’intensità della neve stava aumentando, decise di ripartire. Forse, all’indomani, avrebbe trovato un’ammaccatura sulla carrozzeria, ma, con un sospiro, si disse che era pronta ad accettare anche questa fastidiosa eventualità. Con un’alzata di spalle, il caso fu quindi archiviato e – ben presto – dimenticato.

 E questo è tutto.

Non vi verrà svelato altro su Emma Scott.

 Nevicò per settimane. Il paesaggio divenne una distesa immacolata e silenziosa.

E la neve accarezzò anche il mio corpo ferito.

In quel punto il fosso era profondo e mi accolse materno. La neve mi fece da coperta e lì rimasi, per tutto il lungo inverno che seguì. In primavera le radici dei pini mi abbracciarono premurose e uno strato di erba verde, morbida e profumata, mi rivestì. Approssimandosi l’estate, sull’erba spuntarono papaveri e ginestre, a rallegrarmi. Poi, grilli di notte e cicale di giorno sostarono per farmi compagnia; alcune volte venne a salutarmi un cerbiatto curioso. In autunno il vento mi regalò le foglie rosse degli alberi che abitavano il bosco all’apice della collina e poi, dopo le piogge dissetanti, tornò la neve. E così di anno in anno.

 Non sono mai stata tanto amata e protetta in tutta la mia vita. Mai, proprio mai, ho abitato in un posto così bello e sereno. Sono in pace.

 Non devo più vendere, per pochi soldi, il mio corpo emaciato ai camionisti di passaggio per poter sopravvivere. Ora mi nutro di terra e sole, bevendo pioggia e rugiada. Non avevo amici, né parenti: nessuno che mi volesse bene o tenesse a me. Adesso sono circondata dall’amore più puro e sincero, disinteressato e totale.

 E di tutto questo per l’eternità, ogni singolo giorno, io ringrazierò Emma Scott.

9 thoughts on “Racconto: Emma Scott

  1. Racconto breve davvero godibile e dal finale inaspettato. Adoro i racconti brevi….quelli di Kipling, Hesse, Asimov li ho divorati tanti anni fa.
    Mi è piaciuto molto il linguaggio immaginifico di questo racconto, e mi ha fatto pensare che potrebbe essere il primo di una serie, raccolta in un nuovo libro, con un titolo metaforico- metafisico (questo lo immagino io ovviamente!). Sarà perchè sono stata in collegio anch’io, (anche se non come orfana) ma quella ruvida stoffa, quelle sobrie ed eleganti divise, quell’odore di naftalina, quell’ambiente, mi hanno ricordato molto.
    Personalmente adoro i cambi di marcia, i finali inaspettati, ben celati, che rendono curiosa una lettrice come me che ama le complicazioni concettuali ma le esposizioni lineari.
    La mia personale conclusione evocata da questo bel racconto? Come è ormai la mia personale convinzione da anni: il bene ed il male sono complementari ed interscambiabili a secondo del punto di vista.
    Potrei descriverlo così::
    manualetto del bene e del male….
    Grazie mille 🙂
    SAM

  2. Questo è il primo che scrivo in assoluto, ma devo dire che mi sono divertita.
    Il racconto è più immediato di un romanzo e si possono sviluppare tante idee che non generano una storia abbastanza lunga o articolata.
    Mi è piaciuto scriverlo e di certo ci riproverò, prima o poi. 🙂

  3. Bello, appena visto il link mi sono subito tuffata a leggere sicura di gradire i tuoi scritti… Ed anche se è un racconto, mi ha catturato leggerlo di un fiato come fatto con i tuoi libri. Sei eccellente ed appassionante in ogni cosa che scrivi. Brava, complimenti!!

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