Il ragazzo del piano bar

23 Ott

Racconto terzo classificato al  Primo Concorso Letterario “In punta di penna”

«Mamma, corri! Sta per iniziare!»
Alzo gli occhi al cielo con un sospiro. In un momento di tenerezza materna ho promesso a Gemma di guardare insieme il concerto della sua band preferita, dal nome impronunciabile. Dopo una settimana di pianti disperati e porte sbattute – il padre era stato irremovibile nel divieto di lasciarla andare – era stata annunciata la diretta televisiva.
Mi siedo sul divano, apprestandomi a un paio d’ore di tortura auditiva. Gemma è agitatissima. Mi viene da sorridere. A volte dimentico di aver avuto la sua età e i miei miti.
La telecamera inquadra un’orda di adolescenti urlanti. Luci abbaglianti e fumo accolgono l’entrata sul palco di quattro ragazzi tatuati, con pantaloni di pelle nera e a torso nudo. Mia figlia comincia a saltare sul divano, sbracciandosi come se fosse lì. Non ho molti ricordi dei tre quarti d’ora successivi. Suoni, urla, un paio di apprezzabili assolo di chitarra e poco altro.
Quello che sembra essere il leader del gruppo posa la chitarra elettrica e prende il microfono per parlare. Il mio inglese è molto arrugginito, ma c’è la traduzione in simultanea.
«Ragazzi, fate un applauso al più grande di tutti! Ecco a voi… Silver Richard!»
Mia figlia comincia a gridare. Evidentemente sa chi sia.
La telecamera inquadra un uomo alto, dai capelli biondi piuttosto lunghi, con una barbetta chiara, che entra lentamente, ringraziando.
Il primo piano successivo mi lascia senza fiato. Mi porto una mano alla gola. Riconosco quegli occhi verdi.
«Gemma, ma questo Silver… Richard… E’ straniero?»
«Macchè, mamma!» mia figlia sorride della mia ignoranza. «E’ italianissimo! Ha fatto fortuna in America però e usa un nome d’arte. Si chiama Riccardo Argentieri. E’ bravissimo, spacca!»
Rimango a fissare lo schermo imbambolata.
Sul palco viene portato un pianoforte.
Riccardo – perché è proprio lui, ora ne ho la certezza – si siede e comincia a suonare una melodia lenta, triste.
«Come mi piace questa canzone! E’ una delle più belle che abbia scritto! Ascolta, mamma!» Da quando le piacciono le canzoni romantiche? Ma forse le hanno amate le ragazze di tutte le generazioni. Gemma mi guarda stupita: «Sai che non ci avevo mai fatto caso? Questa canzone si chiama come te. Bianca.»
Nell’emozione che mi chiude la gola, riesco a capire qualche parola. Parla di mare, di una ragazza abbronzata, un cielo pieno di stelle. La canzone è bellissima e mi viene la pelle d’oca. E la mia mente vola lontana.

Avevo diciassette anni – compiuti proprio quell’estate – e i miei genitori avevano acconsentito a mandarmi per la prima volta in vacanza da sola, con la mia migliore amica, Brigida. “Sola” è un eufemismo: ero ospite della famiglia di Brigida. I suoi nonni vivevano a Sorrento insieme a una moltitudine di parenti di vari gradi e lei trascorreva da sempre i mesi estivi in quel paradiso. Aveva lì un gruppo di amici che venivano da Roma, da Napoli o vivevano nei dintorni. Si ritrovavano ogni estate. Non feci fatica a inserirmi: erano simpatici e divertenti. Riccardo era di Napoli. Anche allora portava i capelli lunghi, ma erano meno biondi. La barba si riduceva a un tentativo mal riuscito di apparire più grande. Aveva solo un paio d’anni più di me. Brigida, quell’anno, era follemente innamorata di lui: era perennemente cotta di qualcuno, ma il suo amore durava in genere lo spazio che era necessario a me per terminare di leggere un libro.
«Non è bellissimo?» Eravamo sdraiate al sole. Io leggevo, o almeno tentavo, perché Brigida non smetteva mai di parlare. «Sì, è bello. Te lo concedo.»
«Non è solo bello! E’ mitico! Guarda che spalle. Penso di piacergli, sai?»
«Hai il sedere basso e il nome che sembra quello di un criceto. Non ti guarderà neppure.»
Brigida mi tirò una manciata di sabbia sulla schiena e cominciammo a ridere e a farci dispetti. Qualche granello di sabbia mi andò in un occhio, che cominciò a lacrimare. Portavo le lenti a contatto e un incidente del genere era in grado di rovinarmi la giornata.
«Vieni qui, fai vedere.»
La voce non mi era familiare, ma con l’occhio sano misi a fuoco Riccardo. Mi mise una mano sotto il mento, costringendomi ad alzare il viso verso di lui e con estrema delicatezza cominciò a pulirmi l’occhio con un fazzoletto.
«Va meglio?»
«Mmm, no. Non molto.»
«Va bene, c’è solo una cosa da fare allora.»
Mi sollevò come fossi una piuma e mi portò in braccio fino al bar della spiaggia, dove c’era una toilette. Mi chiusi nel piccolo bagno con il viso in fiamme. Tolsi la lente e la sciacquai sotto un filo d’acqua. Quando mi guardai allo specchio, vidi che l’occhio era molto arrossato, ma nulla in confronto alle mie guance. Mi girava la testa e avevo il cuore in tumulto. Era la prima volta che un ragazzo mi faceva sentire così. Cosa aveva lui di diverso? Non l’ho mai scoperto. La nostra storia fu una questione di chimica. Non riuscivamo a stare lontani.
Da quel giorno sulla spiaggia fu un crescendo di sensazioni nuove. Brigida in un primo momento giurò di odiarmi, ma le passò quando s’innamorò del fratello di una ragazza conosciuta in pizzeria.
Riccardo aveva trovato un lavoretto estivo in un piano bar. Suonava cinque sere a settimana e io andavo con lui. Aveva una voce meravigliosa. Seduta in un tavolo defilato, seguivo gli sguardi ammirati delle ragazze e anche delle loro madri. Era affascinante e io persa in lui. Fu il primo ragazzo con il quale feci l’amore.
«Vieni via con me. Andiamo in America.»
«Sei impazzito?»
«No, soltanto innamorato.»
«Ma non posso! Ho ancora un anno prima del diploma e i miei genitori… Dai, smettila!»
«Allora vuol dire che tu non mi ami. Non conto niente per te.»
«Cosa dici? Certo che ti amo! Ma non mi piacciono le cose… affrettate, ecco!»
«Se mi ami devi dimostrarmelo. Tra due giorni partiamo. Ho messo da parte un po’ di soldi. La nave per New York parte esattamente alle undici di giovedì prossimo, mi sono informato. Io comprerò due biglietti. Se è vero che mi ami, alle nove in punto sarai alla fermata della Circumvesuviana e insieme andremo a Napoli. Io non verrò a cercarti.»
Mi infuriai. Che diritto aveva d’impormi quell’assurdo ultimatum? Lo piantai lì e andai via. Nei giorni successivi feci finta d’ignorarlo. Lui mi guardava di continuo, ma non mi rivolse mai la parola. Ognuno rimaneva sulle proprie posizioni.
Una parte di me aveva voglia di fare quella follia, perché lo amavo davvero, ma ero sempre stata una ragazza con la testa sulle spalle. La mattina del giovedì mi svegliai prestissimo. Decisi di non decidere. Avrei atteso un segno, qualcosa che mi facesse capire cosa dovevo fare. Non ne arrivò nessuno e rimasi a letto fino all’ora di pranzo, piangendo disperata. Di Riccardo non seppi mai più nulla, fino a questa sera.

Sono passati due mesi, da quando ho visto Riccardo in televisione. C’è una domanda che mi tormenta da allora: se avessi preso la nave con lui, come sarebbe stata la mia vita? Non lo saprò mai.
Ho promesso a Gemma di preparare la torta di mele. Accendo la radio in cucina.
“Ultim’ora. E’ stato arrestato il celebre cantante Silver Richard. A quanto sembra questa notte, in preda all’alcol e alla droga, ha ucciso la sua compagna, la modella australiana Doris Crew. La polizia è accorsa dopo le segnalazioni dei vicini, allarmati dalle urla provenienti dall’abitazione della star. “
Le uova mi cadono sul pavimento. Corro ad accendere il computer. Su Internet la notizia è ovunque. Cerco il nome di Riccardo su Google. Tra le tante immagini di lui sul palco o in compagnia di donne bellissime, c’è quella della copertina del suo maggior successo. E’ tutta bianca, come il suo titolo, con impresso un biglietto di viaggio.
Un viaggio in nave, da Napoli a New York.

 

Barbara Stefanini

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