35mm.it: La lettera scarlatta

18 Ago

Pubblicato su 35mm.it

La lettera scarlatta

L’America puritana e bigotta del New England del XVII secolo fa da sfondo a uno dei primi, grandi, immortali romanzi statunitensi: La lettera scarlatta, scritto da Nathaniel Hawthorne e pubblicato nel 1850.

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La lettera in questione è una vocale e, più precisamente, una A. Le donne ritenute colpevoli di adulterio erano condannate a portarla appuntata sul petto, per mostrare a tutti il peccato commesso. E questo quando erano fortunate, perché la pena prevista per gli adùlteri era spesso la morte. Il romanzo ci cala nell’atmosfera ipocrita della comunità puritana di Boston della seconda metà del 1600, dove un distorto senso della morale aveva permesso l’emanazione di regole assurde, permeate di fanatismo religioso. Chiunque fosse diverso, non inquadrato in canoni rigidi e rigorosi veniva associato al male, all’opera del demonio, giudicato e condannato con crudeltà. Non c’è traccia di misericordia o perdono in quella società che si faceva scudo della Bibbia per motivare il proprio operato.

La storia ha un lungo e ampolloso preambolo, richiesto – pare – dall’editore dell’epoca con l’intento di allungare il racconto. Potete saltarlo a piè pari. La narrazione vera e propria ha inizio con la descrizione dell’esposizione al pubblico ludibrio di una bella e giovane donna di nome Hester Prynne. E’ stata giudicata rea di adulterio, ma la morte presunta del marito la salva dall’esecuzione capitale. Hester ha partorito da poco una bambina – Pearl – e facendosi due conti non è difficile capire che sia figlia della colpa. Hester ha sempre rifiutato di confessare ai giudici il nome del suo amante.

Sopporta qualsiasi pena, ogni umiliazione pur di di salvare la vita dell’uomo che ama. La sua punizione sarà quella di portare sul petto il segno evidente del suo crimine e subire il disprezzo dei bravi cristiani di Boston. Hester ricama la lettera con maestria, rendendola più un ornamento che un marchio, facendola assurgere a simbolo della sua ribellione, della lotta contro la bigotteria e la falsità, della difesa di un amore puro e grande, anche se non benedetto dalle leggi.

Ci vuole un po’ perché il nome del suo misterioso amante venga portato a conoscenza del lettore. Altri non è che il pastore della comunità, il giovane reverendo Dimmesdale, un uomo amato e rispettato, apprezzato per l’eloquenza e la passione dei suoi sermoni, fulgido esempio d’integrità. Pur se spesso tentato di metter fine ai suoi tormenti con una piena confessione, Dimmesdale in fondo è un vigliacco. Il castigo peggiore sarà l’enorme ammirazione dei suoi fedeli, che lo giudicano un santo, mentre lui si riconosce come il peggiore dei peccatori.

In poche parole, l’evoluzione dei protagonisti viene determinata dall’atteggiamento della comunità nei loro confronti: Hester, schernita, umiliata e offesa, diventa più forte; Dimmesdale, ammirato, amato e rispettato, tracolla; si macera nella vergogna e nel rimorso, debilitandosi di giorno in giorno sia nell’anima che nel fisico.

A tutto ciò si aggiunge un terzo elemento fondamentale: il marito di Hester, il dottor Prynne, non è affatto morto. E’ rimasto a lungo prigioniero degli indiani (ancora parzialmente padroni delle loro terre e non completamente sterminati), apprendendone la lingua, gli usi e nuove, inconsuete conoscenze in campo medico. Prynne riappare nella storia fin dall’inizio, confuso tra la folla che sbeffeggia Hester sulla gogna. Lei lo riconosce, ma egli sceglie di celare a tutti gli altri la sua identità assumendone una nuova, quella del dottor Roger Chillingworth. Riesce a conquistare la fiducia dei notabili del luogo e divenire uno di loro, assumendo il ruolo di medico della città. E’ animato da un unico scopo: scoprire il nome dell’amante della moglie e vendicarsi. Come andrà a finire? Leggete il romanzo.

Se preferite guardarne la versione cinematografica, sappiate che ce ne sono diverse. La più recente è del 1995, per la regia di Roland Joffè. Hester è Demi Moore, il reverendo Dimmesdale è Gary Oldman e il marito tradito è Robert Duvall. Premettiamo che il film non vale una sola virgola del romanzo di Hawthorne. Il libro è potente e l’adulterio è solo l’elemento scatenante che dà il via alla storia e a un accurato studio psicologico dei personaggi e della loro profonda e radicale evoluzione. Il linguaggio utilizzato, pur essendo moderno per la sua epoca e spesso ironico e tagliente, è quello ottocentesco e quindi forse pesante per un lettore moderno, ma gli ardimentosi che riusciranno ad arrivare fino in fondo si renderanno conto di come le intenzioni di Hawthorne sono state stravolte.

Già in passato ho avuto l’occasione di criticare registi e sceneggiatori che si appropriano di una storia e le tolgono l’anima. Questo è un caso eclatante. Non solo non si riesce a percepire la violenza dei sentimenti dei protagonisti (la dignità e la forza morale di Hester, il tormento continuo di Dimmesdale) ma il finale tragico del racconto viene trasformato nel più banale degli happy end. Del tutto inappropriato e poco credibile. Tutto quel tormento, anni e anni di lacrime e umiliazioni per finire così? No, non ci siamo, troppo scontato. Vedendo questo film, non saprete mai come va a finire veramente la storia.

La scelta di Demi Moore è stata quanto meno inappropriata. La sua interpretazione non rende nulla della statura morale di Hester, la colpevole che si rivela migliore dei suoi giudici. Complice anche un doppiaggio che le regala – a mio parere – un tono di voce un po’ troppo arrogante e stridulo, la Hester cinematografica è sì una ribelle, ma manca di fascino. Gary Oldman ha le phisique du role, anche se il copione assolve il suo personaggio più di quanto non abbia fatto il suo creatore. Robert Duvall è sempre un grande attore, nessuno lo discute, ma torniamo sempre allo stesso punto: il dottor Chillingworth è astuto e sottile, crudelmente intelligente; qui è solo un mezzo matto.

E’ difficile condensare storie lunghe, profonde e articolate in un copione ed è altresì comprensibile il desiderio di renderle in qualche modo più modeerne, maggiormente vicine allo spettatore, ma a volte si perde davvero l’occasione di fare di una grande storia un capolavoro cinematografico.

Speriamo che in quest’epoca di improbabili ed evitabili remake di grandi classici questo bel libro attragga l’attenzione di qualcuno più illuminato.

Barbara Stefanini

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