35mm: Il nome della Rosa – Umberto Eco

8 Ott

 

Su 35mm.it: Nel nome di Umberto Eco

Eccoci finalmente in Italia, per parlare di un libro (e del relativo film) che è diventato un vero e proprio classico: “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco.

Storia affascinante. Gli elementi ci sono tutti: un monastero, una biblioteca misteriosa, l’ambientazione medievale (il racconto narra gli accadimenti di soli sette giorni sul finire del 1327), una serie di omicidi e un investigatore sui generis, dall’intelligenza acuta e deduttiva.

E infatti il libro è stato – ed è tuttora – un vero bestseller: 50 milioni di copie vendute in trent’anni (è stato pubblicato nel 1980 da Bompiani), tradotto in 40 lingue, Premio Strega nel 1981, inserito da “Le Monde” nella lista “I 100 libri del secolo”. Grande successo di critica e di pubblico.

E’ fuor di dubbio che il Professor Eco sia persona colta e preparata. Nato nel 1932, si è laureato a soli 22 anni in filosofia all’Università di Torino.

Ha lavorato alla RAI, è stato condirettore editoriale della Bompiani per 16 anni, nel 1961 ha iniziato la carriera universitaria, ottenendo la cattedra di Semiotica all’Università di Bologna nel 1975. Dal 2007 si è ritirato dall’insegnamento per raggiunti limiti di età e dall’anno successivo è Professore Emerito sempre presso la stessa Università.

Ha collaborato a riviste e giornali, come L’Espresso, il Corriere della Sera, La Repubblica, Il Manifesto e altri.

Ha ricevuto 39 (sì, avete letto bene, trentanove) lauree Honoris Causa da università sia europee che americane. Se volete farvi del male potete approfondire il suo curriculum leggendolo sul sito ufficiale: www.umbertoeco.it.

“Il Nome della Rosa” è il suo primo romanzo, ma non la prima pubblicazione: aveva al suo attivo numerosi saggi (il primo del 1956) che, a oggi, si aggirano sul centinaio. Ha scritto anche cinque libri per l’infanzia.

“Il Nome della Rosa” è stato definito un “giallo storico” o anche un “giallo deduttivo”, alla Sherlock Holmes per intenderci, nonché “romanzo dalle molteplici interpretazioni”, a seconda del punto di vista del lettore. E’ fitto di riferimenti espliciti o meno ad altri libri e autori. Il personaggio principale, Guglielmo da Baskerville, pare sia un omaggio a Sir Arthur Conan Doyle (capostipite del genere “giallo deduttivo) e al suo “Il Mastino dei Baskerville”; nella biblioteca del monastero Frate Guglielmo trova un libro di Umberto da Bologna, che altri non è che lo stesso Eco; il personaggio di Jorge da Burgos è un tributo allo scrittore argentino Jorge Louis Borges, anche lui cieco e autore di “La Biblioteca di Babele”, che ha ispirato diversi elementi della storia di Eco ; Guglielmo cita il romanzo “Il Segno dei Quattro” (ancora Conan Doyle) pronunciando la famosa frase di Sherlock Holmes “quando hai eliminato l’impossibile quel che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità”.

A quanto pare lo stesso autore non avrebbe mai immaginato un simile successo. Citiamo testualmente.

Alla domanda: “Si aspettava un successo di queste dimensioni?”

Eco risponde: “Anche il più infimo poetastro, mentre scrive, spera che milioni di lettori citino a memoria le sue rime di cuore con amore. Comunque la verità è che avevo in mente di darlo a Franco Maria Ricci per la sua “Collana Blu”. Di farne dunque un oggetto da nicchia. Poi, però, lo lesse il direttore editoriale della Bompiani di allora, Di Giuro. Fu entusiasta e dichiarò «Ne faccio 30.000 copie!». Io pensai che fosse matto.”

Avviso a tutti gli scrittori in erba: a voi non capiterà.

Un romanzo come quello di Eco, al giorno d’oggi, sarebbe distrutto da qualunque editor, se non fosse scritto da Eco, ovviamente.

E’ ampolloso, ridondante, con lunghe citazioni in latino (non tradotte), contorto, pieno di termini desueti o conosciuti da pochi. Ci sono pagine e pagine di descrizioni minuziose, pesantissime. Diciamocelo… un vero mattone.

Tra tante ovazioni degli altri, in un intervento al festival del libro di Torino del 2011, Umberto Eco ha dichiarato: “Odio questo libro e spero che anche voi lo odiate.”

Ora, a parte che odiare un proprio libro suona un po’ eccessivo e anche parecchio snob… se quel libro ci ha dato una fama mondiale, consistenti diritti d’autore e la possibilità di far vivere di rendita almeno tre generazioni future della nostra famiglia, quanto meno merita rispetto.

Eco dichiara che i 5 romanzi da lui scritti successivamente siano migliori: gli crediamo sulla parola, anche se Il Pendolo di Foucault è stato superiore alle forze di chi scrive questo articolo.

Non mancano le critiche e i detrattori. In un’intervista del 7 giugno 2013 Giovanni Giraldi, filosofo e scrittore scomparso pochi giorni fa, parlando di Eco ha dichiarato: “Se devo dare un giudizio spassionato, non lo considero nemmeno un buono scrittore, perché i suoi periodi sono troppo lunghi e per tanti altri motivi. Il suo libro ha avuto un successo mondiale anche perché è stato molto reclamizzato grazie alla Bompiani che a suonato la grancassa (…)”

Tant’è. Ma passiamo al film.

E’ stato realizzato, con lo stesso titolo, nel 1986, per la regia di Jean-Jacques Annaud, con Sean Connery, un giovanissimo Christian Slater, appena quindicenne, e F. Murray Abraham.

Nella versione cinematografica viene poco approfondito l’aspetto degli avvenimenti storici di quel periodo – estremamente dettagliati nel libro – per soffermarsi maggiormente sulla trama principale e sui delitti. Non poteva essere altrimenti.

Questo film ha un grandissimo merito: quello di aver reso fruibile a un pubblico vasto e meno “acculturato” una bella storia. Tra le altre cose, conferma un luogo comune, che spesso si legge accanto a “non ci sono più le mezze stagioni”, e cioè che “Sean Connery è più bello da vecchio che da giovane”. E pensate che il suo ingaggio è stato quasi un ripiego. Prima di lui sono stati presi in considerazione tantissimi attori di fama: da Michael Caine a Jack Nicholson, Max Von Sydow, Donald Sutherland, Robert De Niro, Paul Newman, Marlon Brando e anche Vittorio Gassman, oltre a molti altri.

Connery è stata una scelta decisamente vincente. In quel periodo la sua carriera era ai minimi storici e l’attore scozzese non riusciva a scrollarsi di dosso il personaggio di James Bond. Si riteneva che il pubblico lo avrebbe identificato ancora con il mitico 007, tanto che la Columbia Pictures, quando il regista lo scelse, si rifiutò di finanziare il film.

Ne “Il Nome della Rosa” Sean Connery fornisce invece una gran bella interpretazione, rappresentando al meglio il personaggio di Guglielmo da Baskerville, un frate francescano molto “moderno”, dotto, di raro intuito, ex inquisitore, incaricato dall’Imperatore Ludovico il Bavaro di seguire le trattative con la delegazione di papa Giovanni XXII quale sostenitore delle tesi “pauperistiche”. Spendiamo due parole per spiegare di cosa si tratta, che un po’ di conoscenza in più non fa mai male. Il pauperismo era un sistema di pensiero spirituale che si basava sugli insegnamenti e gli esempi di Gesù e predicava l’altruismo e una vita modesta, con la predominanza delle ricchezze spirituali rispetto a quelle materiali. I pauperisti si opponevano con forza all’opulenza delle gerarchie ecclesiastiche e non erano certo ben visti dalla Chiesa Cattolica e dal papa. Fine della conferenza.

Ci sono diverse curiosità legate a questo film e/o al libro.

Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk sono personaggi di fantasia, ma nella storia vengono presentati molti nomi che appartengono alla storia reale, come Ubertino da Casale, Michele da Cesena e Bernardo Gui.

Un altro personaggio molto particolare, magnificamente interpretato da Ron Perlman, è Salvatore, un ex eretico dolciniano che parla una strana lingua fatta di parole latine, volgare, francese e inglese. Questo ruolo era stato proposto a Franco Franchi, che tutti ricordiamo come attore comico, sminuendo di molto le sue doti interpretative. Franchi rifiutò quando seppe che, per esigenze di copione, si sarebbe dovuto sottoporre alla “tonsura” tipica dei monaci. Per non perdere i capelli ha perso probabilmente una bella occasione professionale. Ma c’è anche chi dice che non accettò per evitare di alterare la sua immagine di attore brillante per famiglie.

Nel film c’è un unico personaggio femminile, che praticamente non pronuncia neppure una parola, ed è l’attrice Valentina Vargas.

Il film è costato 17 milioni di dollari (30 miliardi delle vecchie lire), incassandone 77. Negli Stati Uniti il film non ebbe successo (7 milioni di dollari scarsi di incasso), mentre trionfò in Europa, soprattutto in Italia e Francia.

La scelta delle “location” è stata estremamente curata dal regista, che ha impiegato ben quattro anni a far sopralluoghi in Europa e negli Stati Uniti. Gli esterni del monastero e alcuni interni furono costruiti su una collina nei pressi di Roma. Il castello che funge da biblioteca è quello di Castel del Monte, in Puglia. Tutti i libri che si vedono nel film sono stati realizzati appositamente. Molti interni sono stati realizzati in Germania, nell’abbazia di Eberbach, un ex monastero cistercense del 1136.

Anche i personaggi sono stati scelti con grande attenzione: il regista ha ammesso di aver cercato attori particolarmente “brutti”, perché voleva che i personaggi risultassero “veri”. Diremmo che in molti casi è riuscito perfettamente nel suo intento.

E per finire, una notizia che ormai si sente sempre più di frequente; ci deve essere una particolare penuria di idee nell’ambiente delle serie televisive. La RAI sta preparando una miniserie in sei puntate, con la sceneggiatura di Andrea Porporati che dovrebbe andare in produzione il prossimo anno.

In un intervento nella giornata “100 parole 100 mestieri per la RAI”, il 21 giugno 2014, Umberto Eco aveva detto “E’ un romanzo troppo complesso per essere raccontato da un film, meglio una serie”. Ed ecco fatto.

Professore, per favore, basta. Non parli più!

Barbara Stefanini

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